RAN – Un mondo in fin di vita

L’epopea di Kurosawa a confronto con il pensiero di Simone Well

Ran, il capolavoro di Akira Kurosawa uscito nel 1985, è un riadattamento della tragedia shakespeariana Re Lear, ambientato nel Giappone feudale del XVI secolo. Il richiamo al drammaturgo inglese non è nuovo nella produzione cinematografica di Kurosawa in quanto già Il trono di sangue del 1957 è una rielaborazione di Macbeth.

Il film si apre con una scena di caccia tra signori feudatari; conclusa la battuta il vecchio e potente Hidetora Ichimonji viene colto da un sonno improvviso nel quale ha la visione di trovarsi solo in una landa desolata. Questa sorta di premonizione lo spinge a compiere un gesto che a tutti i presenti appare inaudito: decide di voler dividere il regno tra i suoi tre figli Taro, Jiro e Saburo.

Il minore, Saburo, contesta apertamente fin da subito tale decisione affermando che «siamo figli di quest’epoca avvilita dalla guerra». Sebbene inizialmente possa apparire soltanto come un figlio irrispettoso, Saburo è in realtà consapevole che in un mondo dominato dalla forza l’unico esito possibile è la violenza. È questo il motivo per cui contesta la scelta del padre: sa che un regno diviso è destinato ad autodistruggersi.

Hidetora, non capendo ciò che il figlio gli vuole comunicare – in quanto egli stesso figlio e padre della guerra – trova le parole di Saburo un atto di insolenza e, dunque, decide di cacciarlo.
A ben vedere, già dalle prime scene si comprende a pieno quale sarà il tema centrale della pellicola: quella sete di potere – che si tramuta sempre in violenza – alla quale siamo ormai tristemente
abituati anche noi.

In effetti, tutta la parte centrale del film mostrerà come la profezia di Saburo si riveli esatta: gli altri due figli di Hidetora, che hanno ereditato il regno, diventano anch’essi presto succubi di questa bramosia di dominio. Taro e Jiro, temendo che il padre possa mutare decisione e reclamare nuovamente il trono, giungono persino a muovergli guerra. Emblematica della brutalità in cui sfocia il desiderio di supremazia è la sequenza della battaglia nella fortezza in cui si ritira Hidetora: quindici lunghissimi minuti in cui l’unica presente in scena è la morte. Può sembrare assurdo scontrarsi su un campo di battaglia contro il proprio padre, ma ciò non vale per chi è accecato dalla sete di potere: per tali individui il fine giustifica i mezzi. Non importa se il mezzo è la possibilità che un tuo caro muoia se il fine è necessario, e il potere chiama la necessità: tutto diventa calcolo in vista dell’ottenimento del risultato.

In quanto epopea cinematografica, Ran si presta a un confronto con il poema epico Iliade e con la riflessione filosofica di Simone Weil presente nel saggio L’Iliade o il poema della forza. In questo testo Weil interpreta l’Iliade come il poema della forza, intesa quest’ultima come potenza impersonale che, una volta esercitata dagli esseri umani, li trascina in un ciclo inevitabile di violenza e distruzione.
Nella visione weiliana, all’interno del poema omerico tutti, anche gli eroi epici più valorosi come Achille, una volta sfruttata la forza a loro vantaggio finiranno presto o tardi anch’essi per perire sotto
i suoi colpi.

Tornando a Ran, si può notare come la disamina posta da Weil valga perfettamente, in quanto tutti i personaggi dovranno, inevitabilmente, fare i conti con questa spirale di morte. Ed è proprio questo uno dei temi centrali: la forza, in questo ciclo, non annichilisce solo chi la usa ma anche chi la subisce.
A ben vedere, nell’opera di Kurosawa il personaggio più funesto è Kaede, la quale sarà una delle ragioni principali dell’autodistruzione del regno. Ma qual è il motivo che sottende le sue gesta? La vendetta. «La mia famiglia è vendicata, il castello incendiato! Gli Ichimonji annientati. L’ho desiderato tanto» sarà quello che dirà prima di essere anch’essa schiacciata dal peso della forza.

Dunque, Kaede ci mostra come una volta lambiti dalla forza, sia semplice e quasi naturale rimanere intrappolati nelle sue tele.

«Nell’iliade gli uomini non sono divisi tra vincitori e vinti, schiavi e supplici da un lato, in vincitori e capi dall’altro; non ce n’è uno che a un certo punto non sia costretto a piegarsi sotto la forza.»
Weil (1940), tr. It. 2014: 40


Per mostrare come Kurosawa, già dalle prime opere, tenti di comunicarci come la violenza sia causa ed effetto di sé medesima, possiamo andare a vedere uno dei tanti discorsi – socialmente pregnanti – presenti ne I sette samurai. In essa, l’ex-contadino e aspirante samurai Kikuchiyo giustifica, davanti ai suoi compagni di spada, la ferocia dei contadini in questo modo:

«I contadini sono avari, traditori, piagnoni, stupidi e cattivi. Assassini! Assassini! Voi mi fate pena! Però, chi li ha fatti diventare così? Siete stati voi samurai! Maledetti! Durante una battaglia, bruciate i villaggi, distruggete i campi… li private del cibo, li fate schiavi, violentate le donne… le uccidete se resistono. Che altro possono fare loro, eh?»
Kurosawa, 1954


Nel sistema filosofico di Weil, l’unica possibilità di metter fine a questa spirale di violenza consiste nell’accettazione della sventura: decidere di non usare a propria volta la forza ma trattenerla, frenarla, limitarla. Nell’opera della filosofa francese l’individuo capace di compiere tale gesto è rappresentato dalla figura del santo; il suo sistema filosofico è infatti intrinsecamente religioso, o quantomeno spirituale. In Ran, il personaggio che più si avvicina a questa figura è quello di Sue, antitesi di Kaede. Sue è una giovane donna votata alla spiritualità che incontriamo per la prima volta quando Hidetora va a farle visita. Quest’ultimo ha sterminato la famiglia di Sue incendiando il loro castello e dunque, in quanto schiavo del ciclo della forza, si aspetterebbe da questa un atteggiamento di disprezzo nei suoi confronti «Ho dato fuoco al tuo castello con i tuoi genitori e la tua famiglia, e tu mi guardi così! Sarebbe meglio l’odio! Sarei più a mio agio. Ti prego odiami!».

Ma Sue, la quale ha scelto l’amore – tutt’al più quello divino – al posto della vendetta, risponde «Non vi odio affatto. Lo svolgimento delle nostre vite è nelle mani di Buddha». Hidetora replica «Ancora Buddha? Non c’è più Buddha nella nostra era corrotta, vinta dal furore».

L’atteggiamento di Sue nei confronti di Hidetora – e, dunque della componente della forza da lui impersonificata – delinea perfettamente ciò che in ottica weiliana dovremmo attuare anche noi: rifiutare di stare a questo gioco. Comprendere che questa escalation di odio si può arrestare solamente se noi, in primis, sceglieremo l’amore e la compassione – quindi, in altri termini, l’accettazione della sventura – al posto del rancore e del risentimento. Purtroppo, è lampante che nel nostro mondo ciò non accada. Viviamo in una società in cui la forza è uno degli elementi cardine su cui si basano le relazioni, da quelle individuali a quelle geopolitiche: tutto è dimostrazione di potenza e necessità di sopraffazione.

La scena che Kurosawa ha deciso di porre alla fine dell’opera rivela nuovamente quanto ciò che egli tenta di trasmetterci sia esattamente quello che anche Weil tenta di comunicarci attraverso la sua filosofia. Parlo della sequenza in cui il fratello cieco di Sue, Tsurumaru, lasciato solo su un monte, fa accidentalmente cadere l’immagine del Buddha. Kurosawa – come Weil – vuole farci comprendere che il nostro mondo è ormai avvelenato dalla violenza e che, se continueremo a perpetuare questo ciclo di forza prevaricando gli altri, nemmeno Dio potrà più salvarci.

E Dio in questa pellicola è innocente di fronte a tale brutalità. Indicativo di come Kurosawa scacci ogni possibile visione – malteista – di un Dio cattivo imputando tutta la colpa al genere umano è il dialogo tra Kyoami e Tango, durante la morte di Saburo e di Hidetora:

«Non ci sono dunque né dei né Buddha? Se esistete, fate qualcosa! Voi, malvagi, vi annoiate lassù, da ucciderci per gioco? Vi divertite a vederci piangere?»
«Basta! Non bestemmiare! Sono loro che piangono! Della stupidità degli uomini che credono di sopravvivere perpetuando all’infinito l’assassinio, non sono colpevoli!
»
Kurosawa, 1985


In conclusione, la pellicola non lascia però spazio ad alcuna sorta di speranza: troviamo Sue distesa su un prato, senza vita, e la sua testa recapitata al mandante dell’uccisione, ovvero Kaede; suo
fratello Tsurumaru è invece, appunto, rimasto solo sul monte. E forse, siamo noi stessi ad essere nella posizione di Tsurumaru: impotenti ed isolati di fronte ad un mondo che si autodistrugge,
senza nemmeno più una – qualsiasi sorta di – divinità a cui potersi appellare.