Rassegna cinematografica a cura di oxyopes
“Made in Japan”, album dei Deep Purple del 1972 che dà il titolo a questa breve rassegna, più per stile che per vera correlazione di significato.
Questa rassegna intende presentare, attraverso cinque generi, un excursus essenziale degli elementi chiave che caratterizzano il cinema nipponico: nichilismo e solitudine, violenza e amore, denuncia e speranza.
I cinque film seguiranno un doppio vettore, cronologico (ascendente) e tematico (circolare).
Sonatine (id., 1993) di Takeshi Kitano:
Un gangster movie (Yakuza eiga) che trasforma la natura “fumettosa” del genere stesso in puro surrealismo di messinscena e narrazione.
Una parabola fatalista e nichilista sulla fine di un uomo solitario e consapevole della fine, dove vita e morte si riducono (o consacrano) a una forma indistinguibile.
Il film che più si discosta dalla scansione temporale della rassegna, ma che vuole porsi come base di essa e come fine con cui confrontarsi.
Dark Water (Honogurai mizu no soko kara, 2002) di Hideo Nakata:
Classico e scintillante modello di quell’onda di nuovo horror che dal Giappone, agli inizi degli anni 2000, è arrivata a sommergere l’occidente.
La metafora acquatica ben si addice a un film in cui le acque, torbide e opprimenti, agiscono attivamente sulla vita delle due protagoniste, Yoshimi e la figlia Ikuko, gettandole in un abisso di paranoia e solitudine, elemento chiave dell’interpretazione del film.
La solitudine di una donna giovane e divorziata in un Giappone retrogrado e sessista e, conseguentemente, la solitudine di una bambina vittima della condizione materna.

Shin Godzilla (Shin Gojira, 2016) di Hideaki Anno:
Godzilla, il re della fantascienza nipponica, torna alle sue radici quasi horror, in un film talmente critico verso il genere umano da assumere, spesso e (forse) non volentieri, dei toni comico/satirici.
La figura sofferente di Godzilla diventa, nel suo incedere claudicante per Tokyo, l’incarnazione dei peccati umani, giudice inconsapevole non solo del Giappone, ma dell’umanità tutta.
Zombie contro Zombie – One Cut of The Dead (Kamera o tomeru na!, 2017) di Shin’ichirō Ueda:
Film indipendente, girato in otto giorni con un budget irrisorio che riesce a essere una commedia orrorifica folle ed esilarante e, contemporaneamente, esponente di un linguaggio metacinematografico elevatissimo.
Nella rocambolesca creazione di un corto/mediometraggio per un’emittente televisiva, vediamo tutta la miseria di un’arte, quella cinematografica, portata avanti da individui umanamente devastati che, insieme, riescono in un’impresa alla stregua dell’impossibile.
Drive My Car (id., 2021) di Ryūsuke Hamaguchi:
Adattamento cinematografico del racconto omonimo di Haruki Murakami. Una storia di due morti e una rinascita attraverso l’apertura
all’altro, dove fine e inizio sono separati solo dalla semantica. Opera dolente e nichilista, in cui morte e incomunicabilità si pongono al centro della narrazione, caratteristica, questa, che apre un confronto diretto con Sonatine, primo film della rassegna, chiudendo un cerchio.

Da questa circolarità si dipana il significato e l’intento di questa piccola rassegna: mostrare come il cinema nipponico sia da sempre, anche prima del piccolo arco temporale qui considerato, un cinema liminale, sempre sulla soglia tra bene e male, concetti visti come categorie arbitrarie, per nulla adatte a dipingere le complessità del reale.
I malvagi sono eroi, le vittime carnefici, i perdenti trionfano, la morte è vita e l’unico modo per salvare il mondo dalla decadenza è l’amore, “fil rouge” che tiene insieme tutte le opere sopracitate.
Amore per se e per gli altri, amore per quello che si fa, amore per la vita e per la morte, spesso vista come liberazione, accolta come inizio di qualcosa e mai fine.
In un mondo come quello che viviamo, dove tutto è giusto o sbagliato e dove individualismo ed edonismo sono elevati a regola di vita, il cinema giapponese ci ricorda che, per vivere, un’altra via è possibile, se non addirittura necessaria.
La via che da noi conduce agli altri, verso un futuro in cui la collettività possa fare fronte comune contro la decadenza fisica e morale del mondo a venire.

