INTERVISTA A OPENDDB: l’alternativa possibile – Due chiacchiere sul cinema indipendente

Meglio dormire libero in un letto scomodo che dormire prigioniero in un letto comodo.
I vagabondi del Dharma, Jack Kerouac.

Tutto ha inizio con delle domande, che possono trovare risposta solo con la ricerca. Esiste una possibile alternativa al mondo cinematografico mainstream italiano? Può esistere un modello di cinema decentralizzato, che parta dal basso e che possa raccontare storie ai margini?

La ricerca ci ha condotto qui e ora nel mondo di OpenDDB. Una realtà che da ormai più di dieci anni si muove su un modello di cinema completamente diverso.

Abbiamo avuto modo di intervistare Luigi D’Alife, classe 1986, dcumentarista e regista con varie opere all’attivo tra cui Milky Way (2020 – 84’) e Kissing Gorbaciov (2023 – 97’) in co-regia con Andrea Paco Mariani. Si occupa per SMK Factory di comunicazione, graphic design e Project Management. Fa parte della redazione di OpenDDB – distribuzioni dal basso.

Intervista:

Cos’è OpenDDB? Come nasce?

OpenDDB – distribuzioni dal basso – è un network di distribuzione cinematografica indipendente, fondato a Bologna nel 2013 dal collettivo e casa di produzione SMK Factory.
Nasce come library on demand di contenuti multimediali – documentari, film – ma anche di libri e, inizialmente, anche di musica. L’idea di dare vita a questo tipo di progetto, in realtà, nasce nel 2011 a partire dall’esperienza di auto-distribuzione del nostro primo documentario: Tomorrow’s Land (2011 – 78’) documentario girato in Palestina, autoprodotto e auto distribuito. Da qui nacquero tutta una serie di percorsi nati “dal basso”: si sono organizzate
più di 200 proiezioni pubbliche, sono stati venduti moltissimi DVD e da qui nacque l’idea di una piattaforma per offrire, a opere autoprodotte tramite crowdfunding, la possibilità di nascere. Nell’aprile del 2013 va online quella che è la prima piattaforma di distribuzione dal basso: all’epoca contava dieci titoli in catalogo, con l’obiettivo di costruire una rete di distribuzione per le produzioni indipendenti. OpenDDB non è un distributore classico: il
nostro modello si basa su una riflessione etico-politica e ha l’obiettivo di rendere le produzioni indipendenti accessibili a chiunque, cercando di garantire sostenibilità economica al lavoro delle autrici e degli autori.

Come funziona nella pratica?

Quello che cerchiamo di fare è instaurare un rapporto orizzontale con il pubblico, ribaltando la concezione classica delle piattaforme di distribuzione mainstream. Tutto nasce da pratiche di autogestione e autorganizzazione che abbiamo provato a portare nel mondo del cinema. Il tutto funziona con un sistema di donazione libera. Viene suggerita una cifra di donazione che
permette di sostenere sia le autrici e gli autori, sia di garantire sostegno economico alla piattaforma e alle persone che ci sono dietro. Questo meccanismo lo identifichiamo come solidarietà digitale. Nonostante tutte le critiche ricevute, riusciamo ad andare avanti con questa pratica. Anni fa abbiamo anche ragionato sulla possibilità di un abbonamento, come
le altre piattaforme, ma abbiamo deciso di non usufruirne perché per noi l’abbonamento si basa sulla logica del basso costo, che non è né coerente col progetto né in linea con i nostri principi. Se sulla piattaforma ci sono più di 800 film, un abbonamento di dieci euro non potrebbe garantire a tutte le autrici e a tutti gli autori la sostenibilità economica. Con la pratica dell’offerta libera, invece, riusciamo a coinvolgere sempre più persone e a garantire
l’equità di base. Abbiamo iniziato come piattaforma on demand, ma poi siamo comunque riusciti a organizzare proiezioni nei cinema, negli spazi sociali, nei circoli e ovunque.
Inizialmente con i nostri film, ma dopo il 2020 e il Covid abbiamo iniziato a proiettare anche film non prodotti da noi. Stabilmente riusciamo a distribuire tanti film e organizziamo 600-700 proiezioni l’anno, nonostante il mercato del cinema sia molto chiuso. In principio ci hanno preso per matti, e quella definizione rimane (ride).

Cosa ne pensate del cinema d’autore italiano oggi?

Il sistema cinema è un sistema. Ci sono tutta una serie di questioni legate tra loro. L’aspetto della produzione e dell’autoproduzione è aumentato costantemente. Non sempre questa è coerente con la qualità del racconto. Fare cinema con poco – materiale e budget – è possibile, ma la storia che racconti e il modo in cui lo fai sono fondamentali. Questo rimane un tema.
Ci sono autori e autrici molto forti e la scena indipendente è assolutamente viva. Il problema principale è lo spazio che questa riesce a trovare e ad avere: tante volte tanti lavori riescono a trovare più spazio all’estero che in Italia. Il problema, ancora una volta, è ovviamente sistemico. Sul cinema in generale il discorso è simile. In questi mesi si è parlato molto della mancanza di film italiani a Cannes, eccetera. Penso che, in generale, sia il sistema a stare cambiando, non solo in Italia. Le grandi produzioni e distribuzioni stanno andando a creare uno standard estetico e narrativo. Ovviamente questo non riguarda tutti. C’è, fortunatamente, chi continua a osare e a ricercare nuovi modelli. Pensiamo dunque che, se il cinema
indipendente non dovesse più riuscire a trovare spazi alternativi e non, chiaramente non potrà alimentarsi da sé. Se non ci sarà un cambio di rotta, probabilmente sarà destinato a crollare per forza di cose, sfortunatamente.

Secondo voi qual è la relazione tra cinema e politica? Funziona?

È estremamente complessa. Ovviamente la politica è cambiata, così com’è cambiato il cinema. Questo per dire che la relazione tra il cinema e la politica è destinata a cambiare sempre. Per me questa relazione è fondamentale; per noi, come autori, distributori, produttori, il nostro cinema è sempre stato politico. Non c’è racconto che non sia politico. Il nostro cinema ci piace definirlo partigiano, nel senso che è comunque un cinema che prende
posizione. Prende posizione anche quando prova a raccontare una storia da diverse angolazioni, con diverse voci. In generale, credo che ci sia una disaffezione dal prendere posizione su determinati temi. Diversi personaggi pubblici nel mondo dell’arte fanno sempre fatica a schierarsi – prendiamo per esempio la Palestina – come se stessimo vivendo un appiattimento politico-culturale senza precedenti. Se ormai prendere posizione è qualcosa
da tenere a debita distanza, vuol dire che abbiamo deciso da che parte stare. Per noi, come OpenDDB, la relazione tra cinema e politica esiste tutti i giorni in quello che facciamo; perciò esiste, è reale ed è molto presente. Poi c’è chi vuole normalizzare un determinato modo di fare cinema apolitico. Nel cinema mainstream si tende a normalizzare vari temi politici, includendo persone marginalizzate, per depotenziare la lotta politica e pulirsi la coscienza. Per me, invece, la relazione che c’è tra cinema e politica è sempre di conflitto e ambiguità. Sono proprio le storie ambigue che necessitano di un racconto. Se la storia è piatta, che senso ha?

Proiezioni sul futuro: come dovrebbe essere o come dovrebbe funzionare l’industria
cinematografica ideale secondo voi?

Questa è una domandona (ride). È l’iperstizione. Potremmo parlarne per giorni. Noi non abbiamo una soluzione e non pensiamo di proporre facili soluzioni. Penso che il punto di partenza debba essere uno: la consapevolezza di come funziona l’industria cinematografica oggi; e se c’è questa consapevolezza e ci diciamo che non funziona, possiamo allora
cambiarla. È tutto molto ampio. È un mondo difficile da tenere insieme, ma è anche un mondo che sta mostrando i propri limiti. Noi siamo sia nel mondo della produzione che della distribuzione, quindi sappiamo che ci sono, in entrambi i mondi, delle storture. Sono mercati chiusi, poco accessibili. Il mercato cinematografico propone 4-5 titoli l’anno mainstream e
registra gli incassi vantandosi dei propri risultati, ma quello non è il cinema nazionale: sono quei 4-5 titoli, e agli altri rimangono le briciole. Le grandi distribuzioni, quando hanno titoli enormi, cercano l’esclusiva sulle sale, impedendo ai piccoli di trovare spazio. È un sistema che andrebbe ristrutturato e dovrebbe riflettere sulle proprie posizioni. Se le autoproduzioni o le autodistribuzioni non trovano spazi alternativi perché chiusi, è necessario ritrovarli. Per noi la visione collettiva di un film rimane il pilastro fondativo, ma è difficile uscire in troppe sale da indipendente. Usiamo l’on demand proprio per dare la possibilità a chiunque di accedervi
e poi magari organizzare una proiezione. Il mercato è una dinamica che fa leva sui grandi, e i piccoli prendono le briciole; ma il sistema penalizza i piccoli nel momento in cui non rispettano lo standard. Si diventa sempre più selettivi. Poi questo governo dà molto più potere al mercato e al sistema clientelare delle grandi produzioni e distribuzioni estere, alimentando
la spirale. Fortunatamente il mondo indipendente riesce a godere di piccoli finanziamenti e del crowdfunding, ed è anche questa una forma di resistenza.

Proiezioni future: quali sono i prossimi passi?

OpenDDB sta facendo davvero tanti passi in avanti: da dieci film in catalogo, ora ne abbiamo quasi ottocento. Questo modello, che tutti pensavano non avrebbe funzionato, ha dimostrato apertamente che può funzionare. Stiamo facendo molte proiezioni e continuiamo ad aggiornare il nostro catalogo con tanti nuovi film. Il nostro obiettivo è continuare a crescere.
Ci rendiamo conto di essere diventati un po’ un punto di riferimento per il cinema indipendente: ne siamo orgogliosi e ci sentiamo addosso anche tanta responsabilità e, purtroppo, non possiamo selezionare tutti i film che ci vengono inviati. Questa è un po’ la responsabilità di essere in pochi a fare questo lavoro. Non vorremmo essere gli unici: per noi la competizione non esiste nel nostro mondo. Non dovrebbe esistere. C’è sempre bisogno di
più realtà. Vogliamo continuare a dimostrare che è possibile un’alternativa. Vogliamo continuare a raccontare storie che rimangono ai margini del dibattito pubblico. Se possiamo anche solo muovere un granello di sabbia, lo faremo.