Scritto da Francesco Berto
Venticinque anni fa, nella notte tra il 21 ed il 22 luglio 2001, si consumò all’interno della scuola Diaz uno degli episodi più scioccanti della storia dell’Italia repubblicana: 93 persone inermi, inoffensive e innocenti vennero brutalmente massacrate da agenti di polizia, con il solo pretesto della presenza di membri del Black Bloc all’interno dell’edificio. In un momento in cui la tensione e la rabbia – dovute alla morte del ventitreenne Carlo Giuliani per mano del carabiniere ventenne Mario Placanica – stavano ormai scemando e le proteste contro il G8 erano giunte ad una conclusione, i massimi vertici della Polizia di Stato presero la decisione di operare una vendetta a sangue freddo sui manifestanti, non preoccupandosi di chi ci fosse dall’altra parte del manganello o delle conseguenze delle loro azioni.
Il racconto di quella tragica notte e delle torture subite dai detenuti nei giorni seguenti all’interno della caserma di Bolzaneto è stato rielaborato magistralmente da Daniele Vicari nel film “Diaz – Don’t clean up this blood”, uscito nel 2012 e accolto favorevolmente dalla critica nazionale e internazionale con numerosi premi. La violenza rappresentata nel film è estremamente cruda, con scene che non lasciano mai spazio all’immaginazione e che mettono in luce tutta l’insensatezza e la brutalità di quel blitz. Ogni personaggio rappresentato su schermo corrisponde ad una persona reale, anche se i nomi sono fittizi e talvolta quasi grotteschi: il capo dell’UCIGOS Arnaldo La Barbera diventa Armando Carrera, il vicecapo vicario della polizia Ansoino Andreassi si trasforma in Aldoino Fracassi, il giornalista Lorenzo Guadagnucci viene sostituito da Luca Gualtieri, interpretato dal sempre brillante Elio Germano.
Cambio di generalità a parte, ogni cosa mostrata nel film è una ricostruzione fedele di quanto accaduto. Le fonti principali sono state gli atti del processo Diaz, che iniziò a Genova nel 2005 e vide condannati 27 dei 28 imputati – tra cui alcuni dei principali dirigenti della Polizia di Stato – per lesioni gravi e la falsificazione degli atti e dei verbali. Proprio come emerso dal processo, nel film è possibile vedere l’ipocrisia di questi dirigenti che, avendo concluso il blitz e non avendo trovato nulla a carico degli occupanti della Diaz, decisero di introdurre nella scuola due molotov, prelevate nel pomeriggio in Corso Italia, e di fingere di averle ritrovate in loco, in modo da mostrare alla stampa la presenza di pericolose armi nell’edificio e giustificare così l’operazione.

Da storico che ha studiato a fondo il processo, non posso fare altro che applaudire alla ricostruzione meticolosa fatta da Daniele Vicari e Laura Paolucci nella stesura della sceneggiatura; tuttavia, ritengo necessario evidenziare un punto in merito al personaggio interpretato da Claudio Santamaria, che corrisponde a Michelangelo Fournier. Egli era il comandante del VII nucleo sperimentale del I reparto mobile di Roma, ovvero un corpo scelto creato apposta per il G8 di Genova dal ministro dell’Interno Enzo Bianco. Questo corpo era l’unico equipaggiato con i Tonfa, ovvero manganelli molto particolari che risultano estremamente efficaci per difendersi, ma che se utilizzati per offendere possono facilmente provocare lesioni anche mortali. Il personaggio di Santamaria (che nella pellicola prende il nome di Max Flamini) viene tratteggiato come estremamente tormentato dagli ordini che gli vengono impartiti dal suo diretto superiore (nel film Vinicio Meconi, nella realtà Vincenzo Canterini), contrario a tutta la gestione dell’ordine pubblico e soprattutto in netta opposizione con le violenze commesse dai suoi uomini durante il blitz. Nel complesso, egli risulta il meno colpevole dei carnefici e l’unico ad avere uno slancio di redenzione, fermando le violenze in atto al primo piano e prestando soccorso ad una ragazza incosciente dopo una ferita grave alla testa (corrispondente a Melanie Jonasch).
Ma non è stato solo il film ad assolvere Fournier: condannato a due anni in primo grado, la Corte d’Appello gli prescrisse interamente il reato di lesioni gravi per via delle attenuanti dovute al suo intervento. Durante il processo, nel suo interrogatorio Michelangelo Fournier aveva spiazzato la corte e i pm, cambiando la sua versione iniziale – in cui negava di aver assistito ad alcuna violenza – e raccontando dettagliatamente i pestaggi che aveva visto commettere al primo piano; egli descrisse l’operato della polizia con la celebre espressione “macelleria messicana” (ad essere precisi, questa locuzione non venne pronunciata in tribunale, ma in un precedente interrogatorio con i pm). Il quadro tratteggiato dal film e dalla magistratura, dunque, è quello del “poliziotto buono”, che si contrappone ai tanti altri “poliziotti cattivi” presenti quella notte alla Diaz e che cerca di fare il possibile di fronte all’inferno scatenato dai colleghi. Ma la storia è più complessa di così.

Come viene mostrato anche nel film, ad entrare per primi all’interno della scuola e a commettere i pestaggi più intensi erano stati poliziotti con il casco opaco ed il cinturone scuro: uomini del VII nucleo, ovvero uomini di Fournier. Egli, per quanto nel film sembri sopraggiungere ormai a cose fatte, era invece stato tra i primi ad entrare nell’edificio ed è da escludere che non avesse assistito alle violenze per intero. Tuttavia, nel descrivere le “colluttazioni unilaterali” – espressione quantomeno eufemistica – a cui assistette al primo piano, nell’interrogatorio sostenne che:
«[…] c’erano quattro o cinque poliziotti, io questo non sono in grado di riferirlo, due in borghese e uno o due forse con la divisa del Reparto Mobile con la cintura bianca che stavano facendo quello che non doveva essere fatto, cioè una volta praticamente inertizzati stavano, stavano infierendo sui feriti, con questi».[1]
[1] Processo penale a carico di Luperi Giovanni + 27 (R.G. n. 1246/05), ud. 100, Deposizione di Michelangelo Fournier. Tribunale di Genova, Prima Sezione, 13 giugno 2007.
Fournier dunque sostenne in aula che le violenze ingiustificate a cui aveva assistito fossero state commesse da poliziotti estranei al suo nucleo. Nonostante tutte le testimonianze delle vittime e le evidenze delle ferite (causabili solo dai Tonfa) contraddicessero in pieno quanto da lui affermato, Fournier ne uscì pressoché indenne dal processo, sia da un punto di vista penale sia per la sua immagine – come visibile anche nel film. Tuttavia, gli elementi sconcertanti che si possono trarre dalla sua testimonianza sono quattro: nel corso della sua deposizione, Fournier non si è assunto nessuna responsabilità operativa, non ha ammesso di aver commesso personalmente alcuna violenza, non ha indicato chi fossero i suoi superiori nella catena operativa e ha scagionato gli uomini del suo reparto. Tutto questo, non dimentichiamolo, commettendo platealmente falsa testimonianza: altro che “poliziotto buono”…
Mi avvio alla conclusione, perché scrivendo queste righe ho avuto la fastidiosa impressione di aver incarnato il famoso arcano del “maestrino di stocazzo” citato da Zerocalcare. Non è assolutamente mia intenzione screditare il valore cinematografico e storico di “Diaz – Don’t clean up this blood”: il punto di questo articolo è farvi vedere come anche la ricostruzione più fedele e più brutale di quanto accaduto venticinque anni fa non sia sufficiente a racchiudere tutto l’orrore di quella notte e, soprattutto, del sistema omertoso che ha coperto i macellai della Diaz.


