When things go wrong
Go wrong with you
It hurts me tooIt hurts me too, Elmore James
Le macchie di fumo ricoprono gli angoli della stanza, fuori nevica come solo nei paesi del nord sa fare, l’angoscia del tempo che passa si ferma al bancone per una birra.
Questo è ciò che chiediamo dopo una giornata andata male – o forse una vita. Niente di più. Solo un po’ di silenzio, una sigaretta e magari qualche pensiero insolente nella testa. Qualcosa che ci possa dare forza per affrontare ciò che abbiamo passato, sapendo nel profondo, di doverlo affrontare, sfortunatamente, anche domani.

In questa “routine” ci siamo natǝ, ci siamo cresciutǝ, ci siamo abituatǝ e ci moriremo. Dovrebbe bastarci. Una vita ben scandita dal lavoro e dal ticchettio di un orologio. Non siamo eterni, non c’è nessuna catarsi, nessuna redenzione. Ci hanno donato la precarietà, e tanto basta.
The Singers, vincitore dell’Oscar al miglior cortometraggio di quest’anno, diretto da Sam A. Davis ci proietta in questo paesaggio. I protagonisti di questa storia tutte queste cose, che ho appena descritto, le sanno bene. Non ci sarà nessun paradiso e nessun inferno, direbbe il poeta. Queste persone sperano che tutto finisca il prima possibile. Se c’è però una cosa che forse abbiamo capito è che proprio quando tutto si fa cupo, quando la speranza sembra svanire, può emergere la luce. Fortunatamente la musica quella luce riesce a farla emergere sempre. Diciassette minuti possono bastare a raccontare tutto questo. Con cura.
È la storia di un piccolo bar frequentato da operai; un muratore importuna gli altri avventori chiedendo soldi e da bere. Il barista, stufo del suo comportamento e delle sue vanterie, decide di sfidarlo e afferma che gli offrirà da bere solo se riuscirà a cantare meglio di un cliente abituale più anziano – poi magicamente, la competizione si estende a tutto il locale: è deciso, il miglior cantante si aggiudicherà cento dollari e una birra gratis.
Lo scenario cambia di colpo. Tutti, o quasi, si uniscono a questa sfida di canto. Passano canzoni come House of the risin’ sun degli Animals, It hurts me too di Elmore James o Take me to the river di Al Green. Una società sfinita dalle guerre e dalle malattie, dalle crisi economiche, persone nevrotiche e paranoiche; questo paesaggio cupo e deprimente, si trasforma in qualcosa di luminoso. Questa è la storia di gente malata nel cuore, nella mente, attaccata a una bombola d’ossigeno, che non riesce quasi a respirare. Questa è la storia che non viene raccontata, ma che è iscritta nel nostro DNA. Questa è la storia di chi inizia a battere il tamburo e a cantare. Questa è la storia di quei corpi martoriati ma che sanno ancora come unirsi.

Inno alla gioia dunque? Più che altro un modo per evadere dai soliti discorsi. Una società ormai vecchia, seppur ancora giovane, viene stravolta da una singola idea, da un giovanotto presuntuoso ma che sa il fatto suo. Gli occhi stanchi si sorprendono e si illuminano, di nuovo. Sembra voler dire che avremo bisogno delle energie di tuttǝ per migliorare. Giovani e anziani.
Questa non è solo la storia di chi partecipa ma è anche quella di chi è in disparte. Di chi forse è troppo timido. Gentili spettatori che se ne andranno canticchiando con un sorriso in volto. Una scena che lascia il cuore spezzato. Alcune volte basterebbe un po’ di coraggio per cambiare le cose e altre volte ci lasciamo, semplicemente, riempire l’anima dalla meraviglia. Osservando, seduti in riva al fiume.
La fine di questa storia ci vede tuttǝ più unitǝ. Un abbraccio collettivo. Perché la vera musica fa questo effetto. La vera musica si definisce attraverso gli spazi che attraversa. Il mercato ci farà soldi sopra, è inevitabile, ma in un Rave Party o in situazioni casuali, magari, riesce a superare questo confine, anche solo per poche ore. Poi ritorna tutto come prima, probabilmente, ma nel momento in cui si è vissutǝ così intensamente, forse una piccola bolla si è insinuata nelle nostre coscienze.
Quando tutto andrà male lo ricorderò:
NON PUOI ACCENDERE IL FUOCO SENZA LA SCINTILLA.

