Scritto da Milo A. Rizzo
Pochi sono i film fantascientifici che hanno predetto il futuro, prossimo o lontano che fosse. Alcuni, come 2001: Odissea nello spazio, lo hanno inventato, mentre altri lo hanno fantasticamente immaginato e messo in pratica. Non è questo caso de I figli degli uomini, pellicola del 2006 diretta da Alfonso Cuarón.
Il film, tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice P. D. James, sembra proprio essere questo, la predizione di un futuro tutt’altro che lontano e immaginario. A distanza di vent’anni dalla sua uscita, infatti, il mondo messo in scena dalla troupe di Cuarón sembra aver ben poco di fantascientifico: un mondo dilaniato dalle guerre, dove i migranti sono la più grande preoccupazione dei governi; un luogo intossicato dall’inquinamento e il cui ordine tradizionale è stato incrinato da influenze pandemiche.
Ne parla Mark Fisher, dalla prima pagina di Realismo capitalista (2009): ne I figli degli uomini il mondo non si trova prima o dopo “la grande catastrofe”, bensì nel suo lento attualizzarsi.
La società non va verso un singolo evento finale: attraversa piuttosto un incessante decadimento. Non si tratta di un film post-apocalittico: la catastrofe viene attraversata.
Ambientato nel 2027 in Gran Bretagna, la trama prende le mosse da una tragica e distopica condizione: sull’intero pianeta, da 18 anni, non nascono più figli.
Questa sembrerebbe essere l’unica componente fantastica poiché il punto forte del film si deve alla sua realisticità, ossia la capacità di proporre immaginari con i piedi ben saldi per terra, o per meglio dire, nelle macerie. In questo scenario, la pulizia etnica guida una società stravolta dall’infertilità: quasi a tutela della diseguaglianza sociale, i migranti sono considerati cancro del mondo, da denunciare alle autorità, trattati come bestiame, deportati o, peggio, rinchiusi in campi profughi e centri di detenzione dove torture e soprusi sono all’ordine del giorno.
Nulla a che invidiare con il presente in cui viviamo.
Vedendolo nel 2026, infatti, si rimane esterrefatti di fronte a una visione tanto azzeccata: siamo trascinati nella vicenda grazie a riprese a mano e piani-sequenza che, uniti a un ritmo di montaggio a dir poco incalzante, ci tengono fissi sulle immagini. Vivendo oggi l’epoca di un nuovo genocidio e dello slogan “remigrazione”, non possiamo che identificare dolori e scenografie rappresentati su pellicola con le immagini che quotidianamente vediamo aprendo un qualsiasi social network, sempre che noi siamo disposti a guardarle.

Dunque, l’articolo potrebbe interrompersi qui: questi sono già ottimi motivi per recuperare un tale capolavoro (che ha valso la vittoria dei premi Osella d’oro alla Mostra del cinema di Venezia 2006 e il BAFTA 2007, entrambi per la migliore fotografia, a Emmanuel Lubezki, oltre che lo stesso BAFTA 2007 per la migliore scenografia a Geoffrey Kirkland, Jim Clay e Jennifer Williams).
A meno che il film non sia già presente nella nostra videoteca mentale dei film imperdibili. Ciononostante, credo ci sia un’altra riflessione da fare che, mentre scrivo questo articolo (luglio 2026), credo possa essere tremendamente d’aiuto nell’interpretazione del nostro amaro presente.
Ma da qui, occhio agli spoiler!
Clive Owen e Clare-Hope Ashitey, attori principali, attraversano l’odissea della società capitalistica al collasso, proteggendo l’unica speranza che il mondo intero porta inconsapevolmente con sé: il personaggio di Kee (Clare-Hope Ashitey) è la prima donna incinta dopo diciott’anni di infertilità mondiale.
Questo è un segreto, e tale deve restare, perché Kee è una donna migrante in un mondo in cui profughi e migranti sono, come già detto, da rinchiudere, allontanare, uccidere. Tale è l’opinione dell’organizzazione di estrema sinistra che, fino all’arrivo di Theo (Clive Owen), si è occupata di proteggere Kee nell’anonimato. Theo è di altro avviso, bisogna rendere pubblica la notizia, perché questa è la speranza che tutti aspettavano: la possibilità di un futuro nuovo, del respiro di una nuova vita, di un mondo in cui tutti i bambini possono vedere riconosciuto il diritto di nascere e crescere. Un’idea che, se mostrata al mondo, potrebbe eventualmente portare a una rivolta spontanea, autentica e sotto nessuna bandiera.
Idea, quella di Theo, zittita dall’organizzazione per motivi di convenienza, argomentata con queste parole: “il governo non riconoscerà mai che il primo bambino dopo diciott’anni è di una profuga”, riferendosi a un governo realmente incapace di riconoscere i migranti in quanto esseri umani.
L’idea di Theo è quella su cui credo valga la pena soffermarsi: riconoscere la vita, e in particolare la vita umana, è un atto che supera ogni bandiera e orientamento politico. Non c’è bisogno di essere liberali, moderati, socialisti, comunisti, anarchici (e men che mai postfascisti o neonazisti!) per proteggere una vita umana: l’umanità va al di là della politica.
Questa è l’idea più perforante de I figli degli uomini.

Idea che si traduce verso il finale, nella scena del campo profughi di Bexhill, dove l’organizzazione attua un’insurrezione armata per smuovere una ribellione, a seguito della nascita della piccola figlia di Kee.
È qui, all’apice della tensione del film, che durante un violento scontro a fuoco tra l’organizzazione e i militari britannici, Theo e Kee si ritrovano a dover attraversare una guerriglia urbana con in braccio l’unica bambina al mondo. È nel delirio della guerra che uno squadrone di militari intenti a sparare sui ribelli, fermano lo scontro imbattendosi negli ora tre protagonisti.
I soldati si pietrificano alla vista della bambina, ordinando immediatamente un “cessate il fuoco”, volto unicamente a far uscire i tre dal campo di battaglia (ordine ovviamente interrotto non appena questi si allontanano dalla linea di tiro).
Purtroppo, questo è l’elemento che ci riporta al sogno fantascientifico a cui assistiamo vedendo il film.
Siamo ormai abituati ad essere testimoni di un mondo in cui ogni giorno i bambini vengono trucidati, dal Sudan alla Palestina, e questo film di vent’anni fa ci mette davanti alla verità più amara che possiamo immaginare: c’è bisogno di avere davanti l’ultima, ed unica, bambina sulla faccia della terra per dichiarare con fulminea imparzialità il cessate il fuoco e la fine dei massacri.
Forse, ciò di cui abbiamo bisogno è il coraggio di non perdere la speranza in un domani in cui anche un’idea così fantastica, la pace al di là delle bandiere, possa essere realizzabile, anche solo nel piccolo: così come è “piccolo” un figlio e lo sforzo per farlo crescere. Ma soprattutto uno sforzo umano prima ancora che politico.


