AFTERSUN – Esseri invincibili e ossa stanche

Aftersun è il lungometraggio d’esordio della regista scozzese Charlotte Wells, uscito nel 2022. Il film ha debuttato alla Settimana della Critica del Festival di Cannes dello stesso anno, dove Wells è stata nominata per la Caméra d’Or, e ha raccolto da subito una ricezione critica straordinaria.

Trattandosi di un film sulla memoria e di natura autobiografica, Wells e il direttore della fotografia Gregory Oke hanno scelto di girare in 35mm; inoltre, a questo formato si alternano sequenze riprese con la videocamera MiniDv della vacanza: queste scelte sono volte ad evocare nello spettatore l’immagine del ricordo.

Sophie: Non lo so, penso di sì. Mi sento un po’ giù, non so spiegartelo… Ti capita mai, dopo una giornata bellissima, di tornare a casa e sentirti stanco e giù e… come se le ossa non funzionassero? Hai le ossa stanche e tutto è stanco. Come se stessi sprofondando. Non lo so, è strano.

Calum: Siamo qui per divertirci.

Questo scambio tra Calum e Sophie – padre e figlia interpretati da Paul Mescal e Frankie Corio – avviene alla fine di una giornata passata insieme in vacanza, lontano dalle preoccupazioni e dai doveri: uno di quei giorni in cui le paure del quotidiano vengono sospese per dare respiro e leggerezza alle nostre vite. Questo dialogo però avviene la sera, nel finale di quella giornata spensierata, e racconta di quel momento in cui quella dolce sospensione svanisce e noi veniamo ripiombati nelle nostre ansie e timori – insomma, quando gli affanni della vita tornano a bussare alla porta.

Ho scelto questo dialogo per introdurre l’articolo perché riassume a pieno lo stato d’animo in cui veniamo catapultati immergendoci nella pellicola della regista scozzese: quella nostalgia al ricordo dei momenti di felicità – o perlomeno della sua possibilità – quando si è immersi in un mare di dolore.  Perché questo film parla di quella malinconia che ti assale quando pensi che le cose potevano andare meglio; e lo pensi e lo credi perché capisci cosa c’è dietro quei gesti, come si è arrivati a quella fine, e comprendi che, infondo, non è colpa di nessuno.

Ma questo dialogo è paradigmatico del senso ultimo della pellicola anche perché riassume un altro tema fondamentale del film: la lotta di Calum contro la sua depressione ed il suo cercar affannosamente di nasconderla agli occhi di sua figlia. Ed infatti, dopo il suo perentorio “siamo qui per divertirci”, Calum sputa contro il suo riflesso nello specchio: quello che Sophie sta descrivendo è esattamente come lui si sente nel profondo. Egli, in quell’istante, capisce di non poter proteggere sua figlia da quel sentimento perché è lui stesso ad esserne intrappolato.

Questo film – proprio perché parla di gioia e dolore, di legami e solitudini – è un’altalena di emozioni: si passa da momenti di spensieratezza, in cui i due scherzano e si prendono giocosamente in giro l’un l’altro, a sequenze in cui il rapporto tra i due si fa più sottile e problematico a causa del dilagare dello strazio interiore di Calum.

(Tutto ciò anche grazie alla fotografia di Gregory Oke, capace di restituire la leggerezza di una vacanza padre e figlia attraverso colori saturi e caldi, per poi soffermarsi nei momenti di inquietudine di Calum attraverso toni più desaturati e bluastri. Ed ancora, lo score di Oliver Coates, fatto di suoni ipnotici e musica ambient, sembra volutamente lasciare uno “spazio vuoto” da dover riempire noi con le emozioni che il film ci scaturisce. Perché, appunto, questo è un film che non vive di storie ed azioni ma di emozioni.)

Ed è proprio questo che personalmente più mi colpisce del film: il vedere come Calum si sforzi in tutti i modi d’essere un buon padre e donare alla piccola Sophie dei momenti di leggerezza, per poi ricadere nei suoi momenti di buio e finire inevitabilmente per venire meno al suo ruolo di padre. E l’affetto di questo giovane padre nei confronti di sua figlia traspare in molte sequenze della pellicola, come, ad esempio, quella in cui egli cerca di insegnarle come difendersi nel caso qualcuno la attaccasse – quei tipici insegnamenti da padre insomma.

Dall’altra parte, invece, abbiamo una bambina di undici anni che vuole diventare grande, e che probabilmente in parte lo è già. Questa voglia di crescere la porta a rispondere “papà, no! Sono bambine” quando Calum la sprona a conoscere alcune ragazze della sua età; o, ancora, durante la vacanza conosce un ragazzo per cui si prende una piccola cotta che finisce con quello che probabilmente è il suo primo bacio.

E la pellicola gioca anche su questo, perché al suo interno coesistono questi due punti di vista: quello della bambina Sophie e del padre Calum. Dunque, noi spettatori veniamo trasportati da questo succedersi di prospettive per cui riusciamo a capire entrambi gli stati d’animo. Comprendiamo Calum ed il suo sentirsi schiacciato dai doveri e dalle preoccupazioni a cui la “vita da adulti” abitua fin troppo presto – e da quella sotterranea tragicità insita nell’esistenza umana. E, d’altra parte, capiamo anche come Sophie, che sebbene abbia già sofferto e sia in un certo qual modo già grande, possa non capire ancora a pieno il dolore di suo padre e cosa lo trascini nel prendere determinate scelte che la fanno soffrire.

Dunque, il film, grazie a questo suo tenere in considerazione e mettere in relazione le individualità di Calum e Sophie, riesce a farci sentire in entrambe le situazioni. E probabilmente è proprio così che si sente anche Sophie quando la ritroviamo grande mentre riguarda quei filmini fatti durante la vacanza: il suo – e anche il nostro – è un ripercorrere da adulta ricordi di scene d’infanzia con i nostri genitori, e, proprio perché diventati grandi, riuscire, o perlomeno incominciare, a comprenderli. Comprendere i loro gesti e cosa c’era dietro. E dietro il più delle volte c’era – anche – sofferenza, smarrimento, delusione, ansia, stanchezza, sogni andati in fumo e speranze sempre più fievoli. E tutto ciò, noi come Sophie, lo si comprende solo quando si diventa adulti. Ci si inizia a render conto della complessità dell’esistenza e delle sue difficolta, di quanto, pur provandoci, alle volte non ci si riesca, e di come anche se ci si vuole bene ci si possa far del male. E forse, è questo il grande valore del film, il porci nelle condizioni di capire che dietro il ruolo del genitore c’è una persona con le sue mille sfaccettature e difficolta.

E capiamoci, questa non vuole essere una giustificazione a priori degli errori e, nemmeno, un discorso che minimizza colpe e responsabilità, ma un tenero empatizzare con il dolore e lo smarrimento altrui – specialmente se di un genitore.

D’altronde, noi come Sophie, alle volte ci sentiamo un po’ tutti con le ossa stanche no? Beh, forse crescere è anche comprendere che chi da piccolo ti sembrava fatto d’acciaio, quasi a sembrar un essere invincibile, è fatto anch’egli di carne ed ossa – fragili – come tutti gli altri.