Sinners
Tra il 1931 e il 1932, in un non meglio precisato incrocio del Delta del Mississippi, un giovane musicista blues scompare, per poi riapparire con una “tecnica sovrumana” fatta di passaggi e accordi mai sentiti prima, tanto da sembrare a chi assisteva ai suoi concerti “posseduto” dal demonio.
Fu così che nacque la leggenda di Robert Johnson, giovane apprendista blues, che stringendo un patto col diavolo riuscì in pochi anni a porre le basi su cui si fonderà la chitarra Blues moderna: un modo di suonare in cui la chitarra diventa orchestra, la voce una estensione dello strumento e l’armonia un terreno di sperimentazione emotiva e tecnica.
Sinners – I Peccatori – è ambientato esattamente nel delta del Mississippi, a Clarksdale, nell’anno 1932: l’epoca è quella di Jim Crow e la città è quella più spesso indicata come luogo in cui fece ritorno Robert Johnson.
Fin dall’inizio della pellicola la voce fuori campo ci parla del Potere della Musica, arte capace di muovere le pieghe della realtà, sospesa tra la vita e la morte; un potere che è simultaneamente capace di Curare la propria comunità e attrarre il maligno. I due protagonisti, Smoke & Stack Moore, fratelli gemelli entrambi interpretati magistralmente da Michael B. Jordan, tornano a Clarksdale lasciandosi alle spalle la vita da gangster al soldo di Al Capone per aprire un Juke Joint (tipico locale dove Johnson e i bluesmen del suo tempo suonavano). Dunque, i due, appena arrivati, acquistano un capannone dando vita al loro progetto Club Juke: un juke joint dove poter costruire qualcosa che sia loro; uno spazio di musica, libertà, cultura e divertimento.

Quasi tutta la trama si sviluppa in un giorno: hanno fretta di completare i preparativi perché, perfino nell’America di Jim Crow, “è una bellissima giornata per essere liberi”. Smoke&Stack non sono soli in questo progetto e si incontrano con il loro piccolo cugino Sammie “Preacher Boy” Moore, a cui prima di partire avevano affidato una chitarra. Questo “figlio del predicatore” lavora nei campi, assiste il Padre nella Messa e, quando può, si diletta con la chitarra. Questo fa sì che, lavorando tutta la settimana, risponda ai rimproveri del padre con un bel “voglio essere libero da tutto questo, almeno per un giorno”.
Missione compiuta: dopo alcune commissioni e aver sparso la voce, trasformano il vecchio capannone in un rifugio di piacere, musica e ballo per un’intera comunità soggiogata dal duro lavoro e dalla povertà.Ecco, i temi principali forse sono già tutti qui: l’America di Jim Crow, la Musica, il lavoro nelle piantagioni e la voglia di un proprio spazio – e ancora, il padre-pastore, il ruolo delle religioni, l’oppressione ed il Desiderio. Detto ciò, non ci si può illudere e la musica che cura attira anche ospiti indesiderati, come altre culture pronte ad inglobare – un improbabile viandante irlandese – o a distruggere (KKK).
Potrei parlare della Regia di Ryan Coogler, della tecnologia di ripresa IMAX che esalta il tutto con una immagine più immersiva, dei giochi di luci e ombre, oppure della velocità e del ritmo che coinvolge lungo tutto il film. Oppure, potrei indagare il ruolo della musica nelle comunità umane: che siano irlandesi o afroamericane poco importa; che sia musica da cantare in chiesa o ispirata dal Diavolo per sedurre, liberare o intrappolare gli esseri umani, importa anche meno.
Potrei parlare dei risvolti storici o di quelli politici. Ad esempio, di come si canti mentre si raccoglie il cotone o di come nell’America di inizio Novecento – già la nazione più ricca al mondo – quasi un decimo della popolazione era per lo più esclusa dall’economia monetaria e poteva permettersi di pagare solo con dei Plantation Money – gettoni emessi dalla piantagione locale, utilizzabili solo nei negozi della piantagione stessa: soldi che intrappolano in una condizione ben precisa e in luoghi ben precisi.
Perché Sinners è tutto questo. Parla di principi come il bene e il male, ma, allo stesso tempo, di come non si possa essere proprio sicuri di dove sia l’uno e dove invece sia l’altro.
E, nonostante questa complessità di temi all’interno della pellicola, ho deciso di dilungarmi su Robert Johnson, sulla leggenda alle origini del Blues e di tutta la musica moderna. Perché, in fondo, il film si chiude con Buddy Guy che ci delizia con Travelin. Ed è Musica.
Nuremberg
Russell Crowe è Hermann Goring, e forse tanto basta. Nuremberg è un film che rientra perfettamente nel genere Courtroom Drama (drammi giudiziari), magari tratto da un libro di John Grisham.
Il regista James Vanderbilt è bravo a mantenere un ritmo e una tensione alta, rendendo il film molto piacevole, anche grazie ad un inaspettato umorismo considerando il tema trattato. A volte, però, prevale la tentazione di fare intrattenimento a discapito del misurarsi a pieno con l’orrore, il dramma – e le contraddizioni – del Processo; e, forse soprattutto, delle vittime.
Ma tutto il film si regge sulla relazione che si instaura tra Hermann Goring, incarcerato dopo essersi arreso agli Alleati, e un giovane psicologo militare americano, Douglas Kelly (Rami Malek) avente il compito di valutare la sanità mentale dei gerarchi nazisti in preparazione al processo di Norimberga. Russell Crowe, grazie ad una recitazione stratificata, ci fa cadere nella stessa trappola di Kelly, ci fa connettere con l’uomo: un individuo molto intelligente e capace di affetto e umorismo nonostante si stia parlando di quello che – assieme ad Hitler, Goebbels e Himmler – viene considerato uno degli esseri umani più malvagi della storia occidentale.
Ed è proprio questo il punto, il capire i meccanismi, i desideri e la banalità pur sempre umana che si celava dietro, o sotto, questi uomini, pur sempre uomini. Una volta capito questo, si rimane con la vera tragedia. Il Nazismo non era una malattia tedesca e i nazisti non erano Mostri.

Douglas Kelly provò ad avvertire il pubblico statunitense già nel 1947 nel suo libro 22 Celle a Norimberga. Egli, attraverso test psicologici, durante il processo capì che non si trattava di mostri clinici ma di persone dotate di efficienza burocratica e mancanze empatiche come se ne possono trovare in ogni società. Il suo avvertimento finì nel vuoto e lui si uccise nel 1958. Qualche anno dopo, un altro processo ad un altro gerarca nazista convinse Hanna Arendt che Eichmann non era un fanatico, ma solamente un buon amministratore che aveva smesso di pensare: se nessuno è responsabile dell’intero processo nessuno si sentirà in colpa per l’esito finale.
Ora vi voglio lasciare con un libro di Dan Davies, “The unaccountability Machine”, in cui spiega come le organizzazioni del giorno d’oggi siano progettate per essere “Macchine di Irresponsabilità”, le quali creano a loro volta strutture talmente complesse da far sì che il feedback venga bloccato. A questo punto, allora, il sistema stesso prende decisioni che possono essere atroci ma per le quali nessun individuo al suo interno – perfino il CEO o il Presidente – possa essere ritenuto legalmente o moralmente responsabile. Benvenuti nel mondo degli Accountability Sinks (Tombini di responsabilità).

