IL CINEMA DIMANITE DI SERGIO LEONE Duck You, Sucker

Sergio Leone – tra cinema e dinamite

Quando ero giovane credevo in tre cose. Il Marxismo, il potere redentore del cinema e la dinamite. Oggi credo solo nella dinamite. (Sergio Leone)

Se c’è una cosa che il cinema di Sergio Leone riesce a smuovere dopo tanti anni dalla sua morte, avvenuta il 30 aprile del 1989, è proprio la coscienza. Continua a influenzare non solo persone che lavorano nel settore cinematografico, ma coinvolge emotivamente chiunque. La sua è una storia appunto: tra cinema e dinamite.

Nonostante non abbia diretto molti film, il suo universo è colmo di capolavori:  il colosso di Rodi (1961), la trilogia del dollaro e, infine, la trilogia del tempo

Qui ci concentreremo su quella del tempo cui vengono associate tre pellicole: C’era una volta il west (1968), Giù la testa (1971), C’era una volta in America (1984). Tra queste, solo C’era una volta il West richiama il genere che ha reso famoso Leone: il western. Giù la testa rientrebbe solo forzatamente in quest’ultimo, mentre C’era una volta in America rientra, genericamente parlando, nei film gangster. Sarà proprio questa a essere considerata il capolavoro assoluto. Vorrei soffermarmi più sugli ultimi due, proprio per la loro unicità all’interno della filmografia di Sergio Leone.

Giù la testa è una vera e propria dinamite. Non ci sono aggettivi migliori di questo per poterlo descrivere. Una dinamite che ti arriva allo stomaco e in qualche modo ti sveglia dal sonno, dalla catalessi. 

Ambientato in piena rivoluzione messicana, la storia avviene successivamente l’omicidio di Madero da parte di Huerta, nel tentativo della guerriglia, guidata da Pancho Villa e Emiliano Zapata, con lo scopo di uccidere il nuovo dittatore.

Il film racconta le vicende di Juan Miranda, peone a capo di un gruppo di banditi, e di Sean Mallory esperto dinamitardo ed ex rivoluzionario dell’IRA (Irish Republican Army). 

I due, inizialmente scontrosi l’uno nei confronti dell’altro, successivamente legano e diventano amici. Il loro viaggio li porta attraverso il Messico della rivoluzione, Juan fa fatica a riconoscerlo, è sempre stato molto scettico nei confronti delle rivoluzioni. Una delle scene più emblematiche è proprio quella che vede entrambi discutere su cosa sia una rivoluzione:

Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Io so bene cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: “OH, oh, è venuto il momento di cambiare tutto” (…) Io so quello che dico, ci son cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: “Qui ci vuole un cambiamento” e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzione… e porca troia, lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!

(Juan,”Giù la testa”)

A quel punto Sean prende il suo libro di Bakunin e lo lancia nel fango. 

Per Sergio Leone, il cinema è un atto politico. In questa scena particolare, ma come in tutto il film, c’è un ambivalenza di messaggio: c’è sia la speranza di un mondo nuovo e allo stesso tempo la disillusione nei confronti di un vero e proprio cambiamento. Sembra quasi essere il suo testamento politico. Il suo andare contro quei proto-rivoluzionari borghesi che non fanno nient’altro che leggere libri, che vivono nella presunzione che saranno loro a fare la rivoluzione, che solo loro sanno come si fa. Il regista afferma con forza: DUCK, YOU SUCKER! 

Fat Moe: Che hai fatto in tutti questi anni?
Noodles: Sono andato a letto presto.

(Dialogo tra Fat Moe e Noodles, C’era una volta in America) 

C’era una volta in America narra la vita come poche pellicole sono state capaci di fare. Per molte persone è il film più bello della storia del cinema. 

Questa pellicola racconta le drammatiche vicende di David “Noodles” Aaronson, dei suoi compagni, e dal passaggio dalla gioventù alla malavita organizzata, nella New York proibizionista. È una critica alla società americana e al sogno americano come mero spauracchio di un mondo in declino. Le macerie di un’America vittima di sé stessa. È qui che crescono i protagonisti di questa storia. Nei bassifondi, dove tutto è complicato, anche essere bambini, anche inciampare. Tutto può fare la differenza tra la vita e la morte.

La delicatezza, ma anche la brutalità, con cui questo film ci fa affrontare tutte queste parti della vita di una persona, non può che renderci inermi. Le sue riflessioni: il tempo perduto, l’amicizia tradita, il potere, la memoria. 

Una serie di vicissitudini che portano il protagonista a pensare ai suoi rimpianti e alle sue illusioni. Pensieri che comunque non restituiscono il passato, non possono far tornare indietro la vita. Non c’è niente che faccia più male dei ricordi, le persone anziane lo sanno bene. Possiamo andare solo avanti.

Sembra incredibile, quasi una storia da cinepresa, il fatto che sia stato il suo ultimo lungometraggio, nonché, come dicevamo prima, quello che va fuori dal suo solito schema, a renderlo eterno. Come se tutta la sua filmografia fosse esistita per portarlo, portarci esattamente a questo punto. Pochi registi scelgono di cambiare radicalmente, di uscire dalla loro solita estetica. Tutto quello che ci regala il cinema di Sergio Leone: un ultimo atto di coraggio.

Deborah: Hai aspettato molto?

Noodles: Tutta la vita.

(Dialogo Deborah e Noodles, C’era una volta in America)